Negare è apporre una croce su un predicato che continua a scorgersi sotto i suoi bracci. Ora, finché l'atto della negazione intende evidenziare la soppressione del referente, nessun problema: negare è dire che non. Ma si può provare a immaginare una negazione pura, che non presupponga ciò che intenda negare? Si può concepire, al di fuori del paradosso e della contraddizione, un non essere talmente non da non poter nemmeno essere la propria negatività? Il tentativo o l'utopia di questa paradossale sublimazione è l'unica via di accesso al pensiero dell'impensabile - il radicale non essere -, interdetto fin dai tempi di Parmenide e sempre addomesticato nell'aspetto che più destabilizza: la sua indeterminatezza, comportante l'inconoscibilità e l'inaffrontabilità del condizionamento che esercita sulle nostre vite.