Sul finire degli anni Sessanta i militari americani in Vietnam si avvicinavano alle 500.000 unità. Un numero rispettabile, ma non quanto quello dei cronisti accreditati, nello stesso periodo, a Saigon - circa 700. Disseminato fra il Delta del Mekong e la terrazza del Continental - dove qualche anno prima Graham Greene aveva scritto Un americano tranquillo -, questo rumoroso esercito di narratori avrebbe finito per raccontare la catastrofe del primo vero esperimento di nation building quasi sempre nello stesso modo: come un'oscura, brutale allucinazione. Ma Jonathan Schell non era uno di loro: era un ragazzo appena uscito dal college e arrivato in Vietnam, nel 1967, con le credenziali di una testata meno che minore. Poco dopo, quasi per caso, Schell scelse di seguire da vicino un frammento dell'operazione Cedar Falls, e cioè la distruzione di un villaggio sudvietnamita e la deportazione dei suoi abitanti, per poi scrivere un lungo dispaccio diventato quasi subito questo piccolo e leggendario libro. Dove, con una limpidezza che molti colleghi gli avrebbero invidiato, Schell espone la faccia razionale, operativa, quindi ancora più atroce di quella guerra e, volendo, di molte altre.