Pietro Ingrao attraversa il Novecento con la tensione di chi non si rassegna alle soluzioni precostituite, coniugando la passione comunista con un'irriducibile pratica del dubbio e dell'apertura verso movimenti, culture e soggettività emergenti. Dirigente di partito, presidente della Camera e intellettuale politico, Ingrao pensò la trasformazione sociale come intreccio fra conflitto e istituzione, sostenendo una democrazia che fosse insieme rappresentativa e di massa, attenta al lavoro, alla pace, all'ambiente e alle differenze. Il suo lascito non è un'ortodossia da venerare ma una tensione critica: ripensare il comunismo come orizzonte di possibilità, riformare lo Stato dall'interno e mantenere aperto il dialogo con i movimenti per resistere alla spoliazione della democrazia operata dal capitalismo contemporaneo.