I concetti psicologici che usiamo per descrivere il comportamento umano, come 'mente', 'coscienza', 'memoria', 'attenzione', 'emozione', sono artefatti creati dall'uomo e dotati di senso tramite un uso collettivo condiviso: sono prodotti umani. Ha senso andare a cercare dei 'corrispettivi organici' (cerebrali) di un concetto? È ciò che proponeva Gall con la frenologia, ma è anche quello che fanno quasi sempre, mutatis mutandis, le ricerche neuroscientifiche attuali. La maggioranza dei neuroscienziati sceglie un concetto psicologico e decide di studiare quell'aspetto individuando i meccanismi cerebrali a cui è correlato. Ma perché dovremmo aspettarci che i vari termini del nostro vocabolario proposti e creati da filosofi e psicologi nel corso della storia, con tutte le vicissitudini semantiche che hanno attraversato in centinaia, e a volte migliaia di anni, siano rappresentabili su una mappa cerebrale? Cercare le corrispondenze tra un termine immaginato e l'attività cerebrale non può essere la strategia giusta per comprendere il cervello. Buzsáki propone di rovesciare questo modo di procedere: non i termini inventati dall'uomo, ma il funzionamento cerebrale è la variabile indipendente da spiegare, ossia il suo coordinamento con l'attività e la facoltà cognitiva dell'animale uomo. L'orizzonte epistemologico delle neuroscienze tradizionali è un modello che si ispira alla filosofia empirista, in cui i segnali arrivano al cervello dall'esterno: i circuiti neuronali li registrano, li elaborano e una qualche (misteriosa) parte del cervello decide se generare o no una risposta motoria. In questo orientamento 'dall'esterno verso l'interno', il cervello è fondamentalmente un apparato passivo, la cui mansione principale è quella di percepire e valutare gli input sensoriali ('rappresentare' il mondo esterno), e decidere se e come agire. La tesi centrale di questo libro, invece, è che il cervello è un sistema auto-organizzato, con connettività e dinamiche preesistenti, il cui lavoro principale è quello di generare azioni ed esaminare e predire le loro conseguenze. In questa ipotesi, che 'rovescia' l'operatività del cervello ('dall'interno verso l'esterno'), gli output cerebrali, rispecchiati dalle azioni dell'individuo, interagiscono con i segnali in entrata e così conferiscono a un pattern cerebrale altrimenti privo di significato un senso per l'organismo. Un loop azione-percezione apprende a trovare un senso agli input sensoriali: la percezione è quel che facciamo.