Queste lettere, vergate a matita su cartoline postali o improbabili fogli di quaderno, sono lo straordinario documento di un giovane professore che, senza sapere se sarebbe sopravvissuto alla prigionia, immagina il mondo dopo la guerra e, una volta ritornato a casa, si fa custode, per usare un'espressione di Primo Levi, della memoria dell'offesa, affinché essa non vada perduta. In tal modo queste pagine contengono l'invito a non vivere raggomitolati nel presente, quasi che esso non avesse radici e, soprattutto, non avesse un domani che dipende dalle nostre scelte.