In questa silloge, Francesco Isolani ci conduce attraverso i corridoi angusti della memoria, trasformando l'esperienza autobiografica in un canto universale sul dolore, l'abbandono e la resilienza dello spirito umano. Il collegio non è soltanto una raccolta di versi, ma una testimonianza cruda e al tempo stesso lirica di un'esistenza che si è trovata a fare i conti con il feroce destino della morte e con la perdita traumatica dell'innocenza infantile. Lo stile dell'autore si distingue per una solennità quasi classica, mediata da un lessico ricercato che attinge a una tradizione colta per descrivere realtà spesso brutali. La metrica libera si adatta al fluire dei ricordi, ora distesi in descrizioni paesaggistiche, ora spezzati dall'urgenza di denunciare i soprusi subiti.