«Quella di Vasco è poesia delle cose, ogni suono, odore, luce è traccia minima del nostro essere qui. La luce che precede il tramonto è l'ora che volge al disio e intenerisce il core di Dante (Purg. VIII, 1-2), è la cara sera di Foscolo; è quella dei crepuscolari; la preghiera quando eravamo bambini. È fisica la presenza del tempo nella poesia di Mirandola, è fatta di suoni, odori, chiaroscuri, trasparenze, che si rivelano più forti quando sembrano smarriti ma forse hanno solo cambiato veste, una leopardiana ricordanza che dona la trasparenza dell'acquarello anche a ciò che, in un altro tempo, ci aveva ferito. L'ultimo testo, Siamo, raggiunge il ritmo di una ballata rock. Vasco Mirandola ha la gioia delle parole mormorate, della stanza dei giochi, una bolla di sapone da clown dolcissimo che si scopre innamorato con la coscienza della fragilità, dello scorrere e della nostalgia: ora dentro di me se ascolto / qualcuno ode la pioggia. Tanti sono gli echi in questi versi tenerissimi. È la grazia, la leggerezza di ali, dove anche la coscienza della fragilità e il trasparire della malinconia sanno cantare. E allora ecco Prévert, e Neruda, e Peynet, la poesia-chanson, il cinema francese, Rohmer e Truffaut su tutti: [ci si chiede: sa contare / il cuore? È qui che la vita / per un attimo smette di pensare? (dalla prefazione di Roberto Lamantea)»