Il lessico della grazia di Luca Campana è un vocabolario: nomi che precipitano nel bianco in verticale, pagina dopo pagina, e tentano l'impossibile, ossia perimetrare le macerie e ricostruire ciò che si è improvvisamente frantumato. La vicenda che il lettore ricava dai testi che si susseguono parla di una madre malata, colpita da un'ischemia che ne ha offeso il corpo e il linguaggio, ma Il lessico della grazia non vuole raccontarci questa storia: la poesia, per Campana, è piuttosto un pharmakon, uno strumento fragile ma necessario per prendersi cura di una vicenda privata e insieme universale: poesia / è stare qui, all'ombra del tuo corpo, / è rimpastare questa lingua morta, / riuscire a darle forma, / a farla stare dritta. In questo libro e nell'esperienza di chi lo ha scritto, infatti, il corpo è anche una lingua e la lingua è un corpo: a contrasto, attraverso i raggi x, esso mostra membra subordinate / e principali, ha una sintassi interna, così come la gamba riabilitata che si risveglia dal torpore sillaba il basso, lo balbetta / per lettere mancanti. D'altra parte, la lingua rieducata dalla logopedia unisce i predicati ai nervi, i muscoli / ai soggetti: scrivere poesia e costruire questo libro significa allora per Campana provare a salvaguardare un'esistenza e insieme una lingua, quella della madre e quella di tutti, puntando alla precisione e alla nettezza proprio come fa il chirurgo che recide e asporta le cellule malate con il bisturi.