Con quali accenti, oggi, dire Dio alla modernità? Quale peculiare angolazione deve occupare la teologia perché le sue parole si accompagnino al cammino delle donne e degli uomini del nostro tempo, così desiderosi di senso? Certo, linguaggio, metodologie, dialogo, sono modalità necessarie per trasmettere in modo nuovo contenuti e riflessioni del passato ma che, paradossalmente, potrebbero non bastare. In un cambiamento d'epoca, come quello che viviamo, scorgere luce anche nell'innominabile attuale si offre quale pro-vocazione ineluttabile per ogni indagine teologica, chiamata ad insinuarsi nello sporco della storia umana, in una mescolanza del basso con l'alto e dell'alto col basso, allo stesso modo del Verbo Incarnato che, per noi uomini e per la nostra salvezza, divenne Egli stesso fuori luogo. Su questa scia, si inserisce l'indagine di un teologo - tanto incisivo quanto discreto - che ha sempre pensato e sognato una teologia viva, sintonizzata con le attese e le inquietudini dell'anima moderna, calata nel dinamismo dei giorni e così sottratta al rischio della inutilità, al disagio dell'inferiorità, alla tristezza dell'assenza: don Paolo Pifano.