In questa silloge Francesco Clerici costruisce un poema sull'impermanenza e sul linguaggio, dove la parola è insieme traccia e cancellazione, presenza e ferita. Nei suoi versi si avverte la tensione del ritorno impossibile, il respiro di un dialogo interrotto con il tempo e con l'altro. È una poesia di memoria e di soglia, capace di interrogare il vuoto e di abitarlo con precisione luminosa, restituendo alla lingua il compito di custodire ciò che non può più essere detto.