Pochi scrittori hanno saputo guardare alla modernità con l'ironia, la diffidenza e la sterminata memoria di Mario Praz. In queste pagine l'arte del Novecento entra nel suo inconfondibile gioco di specchi, dove ogni novità sembra risvegliare un'eco lontana. Duchamp rimanda all'alchimia e al Roman de la Rose, l'arte cinetica agli automi antichi, il surrealismo a fantasie di altri secoli. Dietro l'avanguardia e le sue promesse Praz riconosce così persistenze, ritorni e genealogie impreviste. Il gusto della provocazione si accompagna tuttavia a un sentimento più segreto: quello di una civiltà delle forme che vede mutare i propri confini. Fra ironia ed erudizione, insofferenza e curiosità, il suo sguardo non smette mai di interrogare ciò che respinge. Ne nasce un piccolo viaggio nei «vasti e strani domìni» dell'arte contemporanea, percorso dalla domanda su che cosa ancora possa chiamarsi arte.