Frutto di un impegno pluriennale dedicato a emancipare la figura di Auguste Comte dalle vulgate antipositiviste, il volume si concentra su snodi ritenuti nevralgici per tornare a riflettere sull'innovazione concettuale, rimossa e così spesso travisata, contenuta nella sociologia. Nella prima parte il testo indica come oggi ci riguardi sempre più da vicino la palpabile inattualità di un costrutto scientifico giocato contro l'ordine sociale retto dall'assoluto protagonismo dei diritti e dello Stato. Tale critica alla nascente modernità giuridica trova nella valenza istituente assegnata alla vita il suo elemento costitutivo centrale, poiché - come mostra la seconda parte del libro - costringe le diverse scienze gerarchizzate da Comte a stringere i reciproci nessi intorno alla questione ambientale, fino a toccare la radice delle maggiori sfide che ancora ci attendono. Nell'ultima parte del lavoro si mette in evidenza come restituire alla parola sociologia la perduta sonorità comporti perciò la ricerca di un senso positivo da imprimere al coordinamento di quei fatti da cui dipende la nostra capacità di agire responsabilmente di concerto, attraverso una religione dell'umanità che solleciti di continuo le risorse scientifiche a giovarsi anche del ruolo irrinunciabile assunto dall'immaginazione nel laboratorio del sociale.