Per anni l'autrice è stata la prigione di una verità che non poteva essere nominata. Cresciuta all'ombra di chi usava il controllo e il silenzio come armi, ha imparato presto a farsi muro, a diventare il limite oltre il quale la follia non doveva passare. Ma quel corpo che per decenni è rimasto a fare da scudo, ha iniziato a parlare attraverso i sintomi, le mancanze, le pagine perse di una memoria spezzata. Per un accento è il diario di un'evasione. Non segue un ordine lineare, perché il trauma non conosce il tempo: procede per strappi, immagini sfuocate e improvvise illuminazioni. Tra ricordi nudi e una ricerca ostinata di serenità, ci porta nel cuore di una bambina custode che si trasforma in una donna testimone. Non è un libro che cerca di aggiustare il passato, ma che insegna ad abitare le crepe con dignità. Spostando l'accento dal segreto alla parola, dalla sottomissione alla libertà, l'autrice dimostra che non serve essere interi per essere potenti. Basta avere il coraggio di essere veri.